lunedì 27 marzo 2017

domenica 19 marzo 2017

I Dalek sono tornati!


I Dalek hanno invaso la Terra! Per chi non se li ricorda o era troppo piccolo per poterli ricordare faccio un nome: Doctor Who, il Time Lord che esplora il tempo e l’universo a bordo del suo TARDIS. Nel Regno Unito è ormai una leggenda, sono stati prodotti tre film e due serie TV per un totale di 36 stagioni. Da noi l’attenzione è calata per via dell’enorme offerta di serie TV statunitensi, ma negli anni ’70 lo seguivamo tutti, soprattutto nelle stagioni 12 – 18 della serie classica, interpretato da Tom Baker.

Il film che più colpì la mia fantasia fu Daleks – Il futuro tra un milione di anni, dove Doctor Who era interpretato da Peter Cushing (sì, proprio lui... Grand Moff Tarkin, il comandante della Morte Nera in Star Wars). Chissà come sarebbe accolta, nel Regno Unito, un’avventura in cui un nemico british come i Dalek fosse affrontato da eroi yankee, e magari addirittura supereroi!

Non lo sapremo mai. Sembra che le grandi produzioni agiscano a compartimenti stagni: Superman (Dc Comics) e Capitan America (Marvel Comics) sono i supereroi a stelle e strisce che di più non si può; forse un tantino copiati tra loro, con i colori del costume che sono gli stessi della bandiera, fedelissimi al loro Paese (anche se uno è un migrante alieno), integerrimi e anche un po’ antipatici... vuoi mettere la simpatia che emana Spiderman? Eppure, anche tra i supereroi i compartimenti stagni non perdonano. Non vengono realizzati film misti, le due Case Editrici si fanno concorrenza spietata, non c’è fusione tra i personaggi (almeno finché non avranno raschiato il barile) e noi Fan restiamo a bocca asciutta.

Ho immaginato così la mia FanArt: Superman e Capitan America grandi amici, che lottano strenuamente contro i Dalek... e anche se momentaneamente circondati, dopo un epico scontro, trionferanno.

giovedì 2 marzo 2017

Licantropo arrabbiato!


Uno stridio appena accennato distrasse Fenrir. Il mutaforma si impossessò della pietra col sangue di Loki, abbandonata a terra durante il pasto, e drizzò le orecchie. Non udì nulla.
Con cautela sporse il capo fuori dalla capanna e guardò in ogni direzione nel villaggio. Solo distruzione e quiete, nient’altro. Si rintanò nuovamente nella penombra umida dell’interno, con la schiena poggiata a una parete di mattoni di fango essiccato e paglia. Non seppe staccare gli occhi dalla pietra tenuta tra le dita possenti.
Aveva a lungo cercato Loki, per riconsegnare al padre ciò che gli apparteneva e renderlo completo nella sua potenza. Aveva setacciato ogni luogo, dal freddo nord ai deserti abbandonati dell’Africa, e non aveva incontrato nessuno laggiù, se non i Risorti e i pochi Mangiacarogne che non si erano arresi alla vera morte. Aveva temuto che, per qualche ragione a lui oscura, fosse proprio suo padre a sfuggire a quell’incontro.
Ma ormai rimaneva solo Konstantinoupolis da setacciare ed era proprio dirigendosi a quella città che si era imbattuto in Harald e nel suo gruppo. E per poco non era rimasto ucciso.
Dannati Uomini, recriminò a mente. Uno dopo l’altro morirete e la manna farà il suo dovere su di voi. Tuttavia qualcosa era cambiato dal giorno in cui la manna dei Risorti era iniziata a cadere, molti anni addietro. Lo sentiva nel profondo, come se nel Creato si fosse insinuata una minaccia imprevista.
Consegnaci la Pietra, bisbigliò l’oscurità, da un angolo pieno di cesti in vimini e rozzi attrezzi da lavoro.
Levati dalla nostra strada verso la vera vita, doppiò un’altra parte delle tenebre nella capanna.
Eccoli di nuovo, quei misteriosi sussurri senza corpo, sempre più frequenti negli ultimi anni. Fenrir ringhiò ferocemente, distraendosi. Fu così che la punta della lancia poté trapassare la parete e il suo ventre in un doloroso colpo.
‒ L’ho ferito! Correte a finirlo!
A parlare fu Brynjarr, il fratello di Harald, Fenrir lo riconobbe dalla voce. Era straordinariamente forte per un essere umano, più di quanto gli fosse parso nello scontro precedente. Il mutaforma reagì spezzando il manico di legno della lancia. Sfilò il corpo con determinazione e si lanciò di schiena a sfondare la sottile parete.
‒ Per Odino! ‒ esclamò Brynjarr, saltando all’indietro con eccezionale agilità, nonostante la pesante corazza da Guardia del tagma Hikanatoi indossata. ‒ La bestia non accetta il suo fato!
Fenrir alzò il muso al cielo e lanciò un ululato ferino. ‒ Accetta tu
il tuo destino, Mangiacarogne!
Una zampata fendette l’aria e gli artigli del figlio di Loki tranciarono la protezione metallica del mercenario varego, fino a penetrare nella carne del braccio. Il sangue che ne uscì attrasse la manna depositata in pozze sul sentiero principale del villaggio. Quell’essenza si mosse lestamente e circondò l’uomo risalendo le sue gambe e il busto per raggiungere la ferita.
Il Varego colpì quella viscida sostanza col pugno ed ebbe successo nel fermarne la maggior parte. Solo poche gocce penetrarono nei tagli. Rintuzzato alla meglio l’assalto, Brynjarr si passò la mano sulla ferita e la ritrasse sporca di sangue e manna.
‒ Non sai fare di meglio? ‒ lanciò allora contro Fenrir. Il Varego estrasse la spada. Poi, rivolgendosi al nulla, Brynjarr disse: ‒ Harald, dovrò aspettare ancora molto il tuo intervento?
Apparvero invece altri venti lancieri dell’Hikanatoi, in uscita dalle capanne più esterne del villaggio, dove si erano nascosti. Armati di lance lunghe simili a quella ormai spezzata di Brynjarr, si lanciarono a passo di carica contro Fenrir, dieci per lato.
‒ Vivo o morto, questa volta ti avremo! ‒ urlò Brynjarr. E roteò la spada per colpire il mutaforma.
Peli grigi volarono nell’aria, tranciati di netto, ma l’assalto non ottenne altro esito. Dopo la breve ritirata, Fenrir si riposizionò su tre zampe, la quarta teneva stretta la Pietra del Sangue. La ferita al ventre non era grave, ma gli doleva molto. Dovette respirare dalla bocca, per portare ossigeno ai polmoni.
Appena tornò ad annusare l’aria, percepì i due odori distinti dietro di lui, a distanze differenti. Nel ruotare il capo intravide solamente l’elsa della spada di Harald calare sulla sua testa come fosse un maglio da guerra. Il colpo spezzò alcune zanne e fece stramazzare Fenrir pancia a terra. Quell’uomo, dai capelli rossi e la barba annodata in trecce alla moda dei Vareghi, i Vichinghi abitanti sui fiumi della Grande Russia, avanzò e assestò altri due colpi possenti su quel capo da lupo, lacerando la pelle sulla guancia.
Il mutaforma tradì un accenno di profonda paura, nel tremore delle zampe anteriori, prima di abbassare le palpebre e cadere nell’incoscienza.

Tutti i cattivi di Star Wars


mercoledì 1 marzo 2017

Donald


Donald Trump ai suoi: “Ho appena chiamato il mio amico Putin. Abbiamo fatto una bella chiacchierata, è proprio un gran simpaticone! A proposito, costruitemi una trentina di nuove bombe atomiche... mi sono accorto che ne ha più di me”.

giovedì 23 febbraio 2017

La Saga del Pozzo - Primo


"Nella Valle degli Innocenti", testo tratto dal romanzo science fantasy "La Cappella Nera" di Gianluca Turconi (vol. 3 Saga del Pozzo):

La pendenza dell’ultima parte del sentiero si fece sentire sui muscoli delle loro gambe. A distanza, forse cinquecento passi a volo d’uccello, videro il primo tumolo fare capolino tra gli alberi.
Alto metà di un uomo adulto, coperto di sassi irregolari, il sepolcro si stagliò contro il cielo, imponente. Poi ne apparve un altro, simile. Quindi videro il terzo, il quarto e, quando uscirono dal bosco, i fianchi delle colline che si allontanavano dal fiume si rivelarono ricoperti da quei tumuli funebri in file disordinate, apparentemente senza fine, lì, nella Valle degli Innocenti.
Alcune croci cristiane e qualche altare sassone o celtico si ergevano sporadici, ma in massima parte erano assenti i simboli di qualunque religione, divenuti inutili davanti ai Risorti.
Walbert procedette diritto, lasciandosi alle spalle un gran numero di tumoli. Ne puntava uno all’apparenza indistinguibile dagli altri, eppure per lui unico. Esso riposava sulla cima, tra erba che, sebbene marcescente, aveva ancora la pretesa di farne terra di conquista.
‒ La Natura vuole che mi dimentichi di te ‒ disse il Pelle-di-lupo, strappando i ciuffi d’erba più prominenti. ‒ Non accadrà mai, finché avrò vita.
‒ Ti posso aiutare? ‒ si offrì Nathaniel, già pronto ad attaccare quella pianta infestante, i cui resti ricordavano che la Natura invocata dal Tredita moriva lentamente.
‒ No! ‒ lo bloccò Walbert, imperioso. I suoi muscoli in tensione impiegarono qualche istante prima di rilassarsi. ‒ Faccio da solo.
‒ Comprendo... ‒ si arrese il compagno di viaggio. ‒ Non era mia intenzione mancarti di rispetto. Volevo solo offrire il mio aiuto.
‒ Naturalmente.
Mentre il Tredita portava a termine la pulizia della tomba, Nathaniel rimase in disparte, silenzioso, a guardare il mare lontano che dalla cima della collina pareva una pozzanghera filiforme. Da lì sarebbe sorta la minaccia l’indomani e, se Walbert avesse avuto ragione, i pochi sopravvissuti dei Popoli del Nord avrebbero conosciuto la vera morte.
A dargli speranza, Nathaniel vide l’edificio del Santuario, poco distante dalla foce del fiume, nel quale Astrid la Guaritrice e i monaci, insediatisi laggiù prima che il Regno di Osraige divenisse l’ultimo rifugio al mondo libero dai Risorti, ancora ricercavano una via per ritardare la fine.
‒ Ascolta la mia preghiera, Spirito del Vento! ‒ pregò con fervore il Tredita, le braccia lanciate al cielo, richiamandosi alle antiche tradizioni sassoni. ‒ Proteggi il suo viaggio e tempra il suo Spirito per renderlo resistente come lo è questa pietra che ho tra le mie mani!
‒ Ascolta la nostra preghiera, Spirito del Vento! ‒ gli fece eco Nathaniel, pur non essendo un Sassone.
Negli anni trascorsi in quella terra aveva compreso quanto fosse importante affrontare l’ignoto grazie a quei riti. In una serie di rune, Walbert incise col coltello il nome Edmund sul sasso e lo incastrò tra gli altri, nel tumulo.
‒ Hai respirato una sola volta in questo mondo ‒ disse il Tredita, direttamente al sepolcro. ‒ Ma sarai mio figlio per l’eternità.
Nathaniel attese con pazienza che il Pelle-di-lupo terminasse il rituale d’omaggio e si decidesse a scendere da quella collina per abbandonare la Valle degli Innocenti, ma non avvenne. Invece, Walbert continuò a fissare lo scheletro di uno scoiattolo morto poco distante dal tumolo. La putrefazione aveva esposto le ossa della cassa toracica, bianche e sottili. Lo raccolse e lo gettò lontano, verso il bosco da cui erano usciti. Subito dopo, riprese il sasso che aveva posto sulla tomba del figlio.
‒ Non possiamo semplicemente perderci nel silenzio ‒ si convinse il Tredita. ‒ Gli Uomini non sono stati creati per questa fine.

(Walbert Tredita e Nathaniel il Massacratore si recano alla Valle degli Innocenti, nel Regno di Osraige, nell’Irlanda del IX secolo dopo Cristo minacciata dai Risorti. Testo tratto dal romanzo science fantasy “La Cappella Nera” di Gianluca Turconi, vol. 3 della Saga del Pozzo.
 
TRAMA DELLA SAGA
Dalle assolate spiagge dei moderni Caraibi alle fangose pianure dell’Europa medievale, un epico viaggio nella sfida al Tempo e al misterioso Pozzo che vi si è insinuato, per scoprire Scienza e Magia nel IX secolo dopo Cristo, tra eroi epici, potenti creature evocate e la trama della Storia in disfacimento.


La Saga del Pozzo su Amazon